…Marco non mi faceva mancare niente e le sue attenzioni verso di me non mancavano mai.
Le giornate erano per entrambi molto frenetiche. Il lavoro si trovava lontano e solo per raggiungerlo dovevamo percorrere molta strada.  A volte si andava in treno mentre altre, se gli orari coincidevano, si prendeva l’auto insieme. Non guadagnavamo molto ed era importante fare attenzione alle spese.
Ogni sera, a tavola, parlavo sempre io anche perché Marco mi riempiva di domande.
“Che cosa hai fatto oggi, Elisa?”
“Le solite cose!”
“Voglio saperne di più.”
“Niente di speciale, la catena di montaggio è sempre la stessa e sebbene si sia bloccata un paio di volte, tutto è trascorso come sempre.”
“Non mi devi rispondere così.”
“Il mio è un lavoro monotono, Marco!”
“Volevo sapere se hai parlato con qualcuno.”
“Con le mie colleghe, come sempre!”
“E i tuoi colleghi maschi?”
“Con i maschi non parlo, Marco.”
“Bene, fai attenzione che se vengo a sapere che qualcuno t’importuna...”
Marco era molto geloso, ma con me non aveva motivo di esserlo. Non m’interessava niente al di fuori di noi e della nostra casa e le cose mi andavano bene così.
Era dunque molto facile: bastava tenere in ordine la casa, fare poche domande e non essere mai sopra le righe. Sì, perché se per errore mi capitava di voler mettere una gonna o anche semplicemente di guardare al di là del finestrino, Marco si arrabbiava e la giornata cambiava piega.
“Così vestita, non puoi andare a lavoro.”
“E’ solo una gonna.”
“Prova a uscire in quel modo e ti faccio veder io.”
“Mi cambio subito, stai tranquillo.”
In poco tempo non mi resi conto di come avesse preso il sopravvento su di me e l’idea di rivedere quegli occhi gelidi e sbarrati addosso mi spaventava. Avevo vent’anni e tutto il mondo ai miei piedi. Indipendente, per certi versi, rispetto a prima, e in carcere per altri. Ovunque volessi andare, lui era sempre al mio fianco. A me non pesava quasi mai. Forse ,a volte, mi mancava stare insieme alle mie amiche, quelle che ormai non potevo vedere più. Ricordo una sera, mentre eravamo nella nostra camera e mentre riordinavo alcune cose nell’armadio, lui mi osservava attentamente, come se stesse leggendo i miei pensieri e questo mi spaventò tremendamente. Sapevo che dovevo stare molto attenta. Ogni cosa gli dava fastidio. Se ero troppo felice si domandava come mai e se ero triste altrettanto. E in quel momento forse ero troppo presa a riordinare i miei vestiti.
“Sei una donna sposata e ti devi dedicare alla tua casa.”
“Tu hai ragione, Marco.”
“Che ne dici se domani andiamo a vedere quelle tendine per la cucina che ti dicevo?”
Quella volta mi avvicinai nel dire questa frase e con una carezza gli sfiorai il viso cercando le sue coccole anche per me. Marco si allontanò e prendendomi la mano mi strinse forte il polso.
“Domani avrò già un impegno e non sei tu a decidere quello che dobbiamo fare.”
“Marco io…”
La sua mano continuava a stringere il mio polso, mentre con l’altra mi colpì, di rovescio, dritto sul naso e mi scaraventò per terra. Accadde tutto così all’improvviso che non ebbi il tempo di rendermene conto. Poi iniziò a tirarmi qualche calcio, mentre, ancora rannicchiata, me ne stavo in terra con le mani sul viso, con la speranza di poter salvare qualche parte del mio volto. Il naso mi sanguinava e i dolori al ventre mi provocarono un forte e fulmineo vomito. Lui uscì subito di casa ed io me ne stetti lì per un lungo tempo. Poi iniziò ad arrivare la sera e il buio dalla finestra m’incuteva ancora più paura.
“Chissà dove è andato?”
Era una domanda che spesso mi ponevo e che ancora oggi non trova una risposta certa. Forse anche lui si rintanava su quel grande monte. O forse, percorreva solo chilometri all’impazzata senza alcun senso.
La situazione stava precipitando e ,sebbene i miei sforzi per assecondarlo su tutto, le circostanze di estrema violenza iniziarono ad essere più frequenti. Erano trascorsi solo pochi mesi dal nostro matrimonio…
….I giorni seguenti trascorsero uguali tra loro. Marco era sempre fuori dal mio posto di lavoro ad aspettarmi ed io non avevo più la forza di voler affrontare alcun argomento. E nella lentezza di quella quotidianità mi ritrovai ad accettare qualcosa che sapevo non essere in grado di controllare. Qualcosa che mi faceva paura e che era più forte di me, ma soprattutto qualcosa che nel corso del tempo aveva spezzato via i miei sogni e aveva a poco a poco spento il mio sorriso e quella leggerezza che mi accompagnava da sempre.

….Di solito mi avvicinavo a lui con fare dolce, cercando di tranquillizzarlo, accarezzandolo sul volto e poi cercavo le sue labbra, sfuggevoli, e poi un bacio. Mentre la sera scendeva buia sulla nostra casa di pietra e le mie rassicurazioni non sempre riuscivano a placarlo, le sue parole e i suoi modi iniziavano a farsi sempre più bruschi e in poco tempo iniziarono a diminuire i suoi baci, così come le sue tenerezze. Gli occhi di ghiaccio prevalevano su tutto e a fatica riuscivo a scorgere quella dolcezza che conoscevo e che mi aveva messo al sicuro nel tempo.
Ciò nonostante ero sempre molto attenta a non dargli adito di dubitare di me. Le gonne non le indossavo più, non mi truccavo, maglie abbondanti e pantaloni larghi, non osservavo nessuno né sul treno né tantomeno tra i vetri dell’automobile. Facevo sempre tanta attenzione affinché tutto fosse tranquillo e che non ci fossero motivi di dubbi per lui….

…All’improvviso spinse con estrema forza, verso l’alto, il suo pugno avvolto dalle mie mani e con un colpo netto colpì il mio mento e buona parte delle labbra. In un attimo mi trovai scaraventata a terra. Quasi non mi accorsi del colpo ricevuto e per qualche tempo rimasi accovacciata in un angolo del soggiorno.

…Iniziò a tirare calci, due o forse tre, non ricordo bene, dritti alla schiena o giù di lì, mentre cercavo con tutte le mie forse di accovacciarmi il più possibile con le mani dietro alla nuca e la tesa rivolta verso il basso, cercando di salvare qualche spazio del mio corpo. Non gli dissi più niente, rimasi lì e aspettai solo che si calmasse. Intanto lui parlava e ingiuriava cose cattive sul mio conto, come se stesse avendo a che fare con una poco di buono….

…Quando due persone si amano, invece è diverso, fanno cose impossibili, restano in sintonia nel tempo e sentono continuamente la necessità di stare uno accanto all’altra, di scambiarsi coccole, attenzioni, parole e le loro vite sono legate da un filo invisibile ma allo stesso tempo molto robusto. Insomma non era certo ciò che stavamo vivendo noi!  Tuttavia inizialmente a me andava bene così: avere accanto una persona che ti dimostra di volerti bene e di essere disposta a corrispondere attenzioni e rispetto.
Nel tempo avevo capito anche che i suoi modi mi avevano reso vulnerabile. Mi ero aggrappata a lui e da lui avevo cercato protezione e lo avevo fatto mostrando ogni parte della mia anima. Un errore madornale tanto che Marco ne fece la sua forza. Sapevo di essere la più debole, ed era la paura che si andava ad alimentare nel quotidiano ad essere l’unica certezza in mezzo a tanta confusione. Era stato tanto carino con me e tanto dolce in molte occasioni e adesso incredula non lo riconoscevo più. Cercavo solo un po’ di affetto e pensavo di averlo trovato in Marco e invece tutti quei mattoni riposti con pazienza uno sopra l’altro si stavano rompendo e l’unica certezza era quella di essere nuovamente da sola.

Gli avevo concesso di infliggermi una quantità eccessiva di soprusi, solo per poter raccogliere un po’ di affetto o qualche vana carineria in rari e sporadici momenti di vita insieme.


Dal libro di Roberta Roccia– Nata per sbaglio –

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