Ornella fin dalla più tenera età conobbe l’importanza della parola “malattia”, “piccolo male” (epilessia); ma la freschezza e l’allegria della sua età, i colori e la magia di quei tempi resero sopportabili i suoi disagi, grazie ad un bravo medico che la “prese per mano” e dopo lunghe cure la risollevò da quell’oscura ed ignorata malattia. Superati i primi ostacoli, quando la battaglia sembrava vinta, si affacciarono gli anni dell’adolescenza e con essa l’emicrania cronica, nemica di sempre, capace di trascinare in abissi bui e dolorosi la sua vittima.

….Avevo sei anni, frequentavo la seconda elementare nel mio paesino Losson della Battaglia. La mia era una classe mista. Ricordo che la maestra stava spiegando quando all’improvviso svenni. Riaprendo gli occhi vidi facce e grembiulini neri attorno a me. Tutti mi fissavano spaventati. Non ricordo che cosa mi fosse accaduto, né per quanto tempo persi conoscenza, rammento solo che la maestra disse: “Non rimanete tutti attorno a lei… andate a sedervi!” Nessuno l’ascoltò, nessuno tornò al suo posto finché non mi aiutarono a sedere nuovamente vicino al banco. Mia madre mi portò subito dal medico, che mi fece fare una serie di esami dai quali emerse una patologia importante, non molto conosciuta, almeno dai miei genitori. Fu diagnosticata una forma epilettica chiamata “piccolo male”. Questa crisi può passare spesso inosservata, pertanto il bambino può essere etichettato come distratto, incantato. Proprio come fui etichettata io!
Avevo avuto i primi approcci sintomatologici di emicrania alla giovane età di tredici anni. Allora non c’erano prodotti specifici se non Cibalgina, Optalidon o Aspro, cosa che io in quel momento avevo in casa…
…Gli attacchi di emicrania sono diventati sempre più frequenti, anche quattro-cinque volte al mese. Quando avverto che l’onda del dolore sta per arrivare non ho scelta ed allora mi sento continuamente dire da chi mi vede prendere un farmaco:
“Ma non stai prendendo troppi farmaci?”
Oppure:
“Ti vuoi avvelenare?”
Al fondo queste domande hanno una forma di disapprovazione che meriterebbero la risposta:
No..! Se non ne avessi bisogno eviterei di prenderli.
 Sono un’assistente di sala del Gruppo Operatorio di Chirurgia dell’Ospedale di San Donà di Piave da quattro anni e la domanda che spesso mi sento rivolgere dalle colleghe e da chi mi conosce è questa: “Avverti qualche campanello d’allarme  prima che ti venga il mal di testa?”
Ecco…penso ora è il momento di Cartesio!
Quello che in medicina conosciamo come campanello d’allarme dell’organismo pare che lo dobbiamo proprio a lui, a Cartesio, che approfondì e sviluppò il concetto di dolore come sistema di autodifesa.
Con il trascorrere del tempo seguirono visite specialistiche, ricoveri in altri ospedali e nuove diagnosi: cefalea muscolo-tensiva. Con il passare degli anni il fenomeno si presentava con più intensità, con frequenza giornaliera, fino a trasformarsi in emicrania cronica, una forma di mal di testa caratterizzata da un dolore intenso e ricorrente che coinvolgeva e coinvolge le varie zone della testa.
Si presenta con dolore lieve alla tempia destra e, se mi trovo in situazioni da non poter provvedere alla somministrazione del farmaco sintomatico entro dieci minuti, con il movimento peggiora; la sua evoluzione da lieve diventa moderata nella regione frontale. Nell'arco di mezz’ora si è già intensificata nella tempia sinistra, associando intolleranza alla luce, al rumore, nausea e alla fine vomito.
Ricovero a Pavia:
Dovevo resistere all’astinenza e alle crisi d’emicrania assumendo il minor numero di farmaci possibile.
Le ore passavano; il dolore mi disarcionava, non ero più nessuno da quando il male mi distruggeva.
Il senso di vomito era imminente, il dolore intenso e violento; la mia testa veniva picchiata e battuta senza pietà. Sudata e raggomitolata sul fianco destro, rimasi in quella posizione finché non vomitai, in parte nel letto. Più vomitavo più aumentava il dolore. Fui invasa dalla disperazione..
La mia permanenza in ospedale durò ventitré giorni. Ci furono momenti difficili, sempre superati grazie al conforto di amici. Era nata una rete di solidarietà fra noi ammalati, chi al mattino finiva prima l’infusione della flebo si recava nella stanza di chi stava male per sostenerlo moralmente; chi invece stava proprio tanto male esigeva assoluto silenzio e noi lo rispettavamo…

Dal libro di Ornella Mantesso – L’onda del dolore –

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