“Pensi davvero di avermi fregato puttana? Nessuno, tanto meno tu e il bambino, riuscirete ad allontanarmi da mia mamma che vale per me mille volte più di voi”

Sono passati molti anni da quei giorni che credevo felici, ma una giovane donna innamorata non può immaginare che l’oggetto del suo amore, si può trasformare in un aguzzino!
L’improvviso, benché, annunciato cambiamento, non si è verificato subito, ma, a piccoli passi si è snodato per diversi anni, durante i quali, io, cominciavo a percepire dei campanelli d’allarme che, pur essendo chiari, non mi davano sufficienti stimoli per prendere immediati e definitivi provvedimenti.
Con il passare degli anni e acquisendo più esperienza mi sono resa conto della trappola che mi ero costruita da sola, della falsa sicurezza che pensavo di avere, della finzione nella quale era precipitata la mia vita, che mi sembrava perfetta ma che in realtà mi aveva completamente assoggettata alla mente e al corpo di una persona indegna, succube di sua madre e dei sensi di colpa nei suoi confronti per aver sposato “una donna” piuttosto che essere rimasto accanto a lei in attesa della morte che un giorno li avrebbe separati, almeno fisicamente.
Ancora oggi, sto cercando di capire, nonostante lunghe sedute dall’analista, che cosa mi abbia spinto ad accettare di condividere la mia vita con un uomo attaccato a sua madre in maniera edipica.
…Ahimè! Il mio divino amore era veramente convinto di tenermi in pugno: economicamente, psicologicamente, sessualmente.
Per capire che ero plagiata completamente da lui, ci ho messo un po’ di anni, anche se per molti di più, sono stata conscia che la sua faccia soddisfatta, dopo un buon pasto, davanti alla tivù, era il massimo che lui potesse esprimere come essere umano.
Certo, sono stata complice del mio aguzzino, con allegra incoscienza, spavaldamente convinta che, un fiore, oppure una cena fuori o, ancora un viaggio, potesse sopperire al fatto che oramai non avevo né personalità, né autostima, voglia di cambiare per niente e, cosa ancor più sconcertante, non avevo un lavoro, cominciavo a sentirmi uno zero sociale, insoddisfatta ed infelice.
Il risveglio, quando avviene troppo tardi, ti porta ad odiare te stessa, a pensare che quello in cui vivi sia l’ambiente che ti sei scelta, che l’hai voluto, te lo sei costruito, e tanto vali. Subentra così, in te la convinzione che non vali nulla, ti rassegni, ogni giorno che passa, pensi che sarà uguale a quello precedente ed a quello dopo, tutto ti scivola via, anche la voglia di cambiare. Eppure, in un remoto angolino della mia mente, bene o male, cominciava un senso di ribellione che mi faceva riflettere sul fatto che, forse, non ero io ad aver sbagliato i calcoli ma, l’amore mi aveva accecata al punto tale da farmi perdere la mia identità. Chi ero? Che ci facevo io accanto ad un uomo che vedevo, finalmente, in tutta la sua fragilità e pochezza?
E chi era quella lurida, repellente beghina che aveva fatto di suo figlio un debole e laido individuo?
Con il passare del tempo, avevo cominciato ad accorgermi delle restrizioni che mio marito m’imponeva, del vuoto che avevo intorno, rendendomi conto che quel senso di attesa che mi accompagnava, mi faceva male, perché non riuscivo a trovare la forza di reagire ad una situazione così tragica e senza via d’uscita.
Pur in uno stato d’animo così confuso ed insoddisfatto, si aprì una speranza alla vita: mi accorsi di aspettare un bambino. Ero così felice che corsi a comunicare la notizia alla persona meno adatta e, scoprii con delusione, anche la meno emotivamente coinvolta: mia suocera.
Il suo viso era una maschera tragica, con i lineamenti deformati dalla rabbia che, non cercò neanche di nascondere, anzi mi diede della, diciamo così, incosciente per avere caricato il suo “povero figlio”di una responsabilità superiore alle sue forze. Mi disse, infatti, che suo figlio era ancora troppo giovane (all’epoca aveva già trent’anni), fragile, bisognoso di protezione (la sua), per cui, un figlio era impossibile da accettare, sia per lei, che per lui.

Se fosse possibile dimenticare, cancellerei dalla mia testa la reazione del padre di mio figlio, perché l’indifferenza con la quale accolse la notizia della mia gravidanza, mi raggelò il sangue.
Con le dita infilate nelle tasche dei pantaloni, mi guardò come si guarda un orrido insetto e mi disse con un ghigno sadico: “Pensi davvero di avermi fregato puttana? Nessuno, tanto meno tu e il bambino, riuscirete ad allontanarmi da mia mamma, che vale per me mille volte più di voi.”
Fu a quel punto che capii in maniera inequivocabile, che ero davvero sola, incinta e terrorizzata per il mio futuro e per quello di mio figlio…

Quei nove mesi di gravidanza me li portai dietro da sola, con l’unico conforto di sapere che, presto, avrei avuto un pargoletto da amare.

Così, con l’unico conforto della mia famiglia che purtroppo viveva a mille chilometri di distanza da me, portai avanti la mia solitaria gravidanza, pensando che comunque, a parto avvenuto e rimessami fisicamente, sarei tornata nella mia città, da loro, pronti ad accoglierci con amore e preoccupati, naturalmente della mia infelice situazione matrimoniale.
Oramai, loro erano a conoscenza del fatto che ero perennemente priva di denaro, di affetto, completamente sola, annoiata perché uscivo solo per andare dal medico, o al massimo al supermercato, ed anche questo era diventato un incubo, perché mio marito esigeva, nonostante gestisse completamente lui il denaro, lo scontrino per qualunque spesa fatta da me.

Così, sul mobile da cucina si accumulavano montagne di scontrini che lui controllava meticolosamente e se per sbaglio qualche conto non tornava, volavano schiaffi ed insulti che duravano un’eternità, e  nemmeno la vista della mia pancia lievitata lo fermava.

…Da un po’ mi domandavo il motivo per cui, tutte le amiche, che riuscivo a portare a casa, dopo qualche frequentazione, sparivano dalla mia vita senza spiegazioni, in silenzio, fino al giorno in cui, una di loro, forse la più coraggiosa, m’informò degli agguati che avvenivano sotto i miei occhi, dicono così, nella mia casa, da parte di mio marito. Veri e propri assalti sgradevoli, dei quali loro non m’informavano per non farmi stare male e ovviamente, il loro silenzio era anche la loro repulsione morale nei confronti di quel viscido, nonché istintiva commiserazione verso una donna così innamorata da non rendersi conto dei tentativi del suo uomo di tradirla spudoratamente e meschinamente sotto lo stesso tetto. A questa rivoltante rivelazione, seguì una lite catastrofica, durante la quale volarono piatti, parolacce ed insulti, con grande soddisfazione di mia suocera, per la quale era normale che un uomo “giovane e sano” desiderasse distrazioni sessuali, specie dopo il mio parto avvenuto contro la “loro” volontà, giusta punizione per una donna che portando avanti la sua gravidanza, ha disobbedito ad ordini superiori ed inderogabili.

Inutile dire che nostro figlio era come se non esistesse. Infatti, di lui, il padre, non sapeva neanche, di che colore avesse gli occhi, cosa mangiasse, i suoi giochi preferiti e via discorrendo.

Quest’uomo “meraviglioso” non si prese cura di noi, neanche quando, una gelida sera di gennaio, io uscii di corsa da casa alle dieci di sera, per portare mio figlio al pronto soccorso, poiché, dal pomeriggio si lamentava di dolori allo stomaco e quant’altro ci potesse essere di possibile. Alla mia richiesta di portarci in ospedale, lui si eclissò, adducendo il fatto di essere stanco per lavoro, e ci mandò da soli senza scomporsi minimamente.

…Un incubo, una vita d’inferno, una concentrazione di veleno puro, preso a piccole dosi, per morire lentamente. Penso che  in quel momento particolare, dopo anni di angherie, violenze psicologiche, ridotta allo stremo, presi la saggia e direi coraggiosa decisione di allontanarmi da lui per sempre. Lui, che per anni mi aveva tenuta in suo potere, umiliandomi: finalmente avevo trovato, non so come e non so dove, la forza di ribellarmi, di uscire letteralmente dal buio, di amarmi, dedicarmi a me stessa, senza avere paura di una vita normale, di gioire nel guardare un tramonto, un cielo stellato in una notte d’estate, senza timore di essere presa, neppure bonariamente, in giro da lui.

Dal libro di Lara Freedom – Lettera a me stessa ed a un marito bastardo -



 

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