…Non so perché suor Margherita, tra tanti bambini, avesse scelto me come sua protetta. Sta di fatto che, per tutta l’infanzia e l’adolescenza e fin quando ha potuto, è stata per me una madre a tutti gli effetti. Ero piccolina e lei passava ore intere a leggermi favole, pettinarmi i capelli e a parlarmi. Tutte le notti, prima che si spegnessero le luci, lei veniva sempre a darci la buona notte e, arrivata al mio letto, mi dedicava sempre qualche minuto di attenzione in più, mi baciava la fronte e mi sussurrava la buona notte. Io chiudendo gli occhi, mi abbandonavo in un sereno sonno, scoprendomi spesso a chiamarla mamma.
È stata lei a raccontarmi come ero arrivata lì.
Era la notte di Natale e tutte le suore , con i bambini al seguito, erano andate alla santa messa. Uscite dalla chiesa, lei aveva sentito tra il suono delle campane a festa un vagito vicino, lo seguì e, a pochi passi dall’istituto, sotto una grande quercia, trovò me, in una culletta, con una copertina di flanella e un crocefisso appeso al collo.
“Nessun bigliettino, solo una creatura di Dio in una culletta.” Mi prese e mi portò in Istituto. Ho sempre avuto la sensazione, da ragazzina, che le altre suore avessero un atteggiamento ostile nei miei confronti. Il motivo, forse, proprio nel modo in cui ero arrivata, il giorno di Natale costrette a trascorrerlo in ospedale, per vedere questa orfanella in che condizioni fosse.
Mentre suor Margherita aveva visto il mio arrivo in modo diverso, un dono del Signore.
“Nel giorno della nascita del Signore, lui ci ha donato questa meravigliosa creatura”.
Fui chiamata Gabriella perché, come l’arcangelo Gabriele, anche io ero arrivata ad annunciare la nascita del bambino Gesù. Stabilirono che la mia data di nascita fosse il 24 dicembre. Da allora quella è stata la mia casa.

…Chiusasi la porta alle spalle, suor Paola ci lasciò sole. Gemma e Rebecca mi scrutarono un po’, come si fa quando si è di fronte a qualcosa di ignoto. Io ero paralizzata, ma non era tanto lo sguardo di Rebecca a provocarmi un senso di inquietudine, quanto gli occhi di Gemma. Sembrava volessero oltrepassarmi, come se cercasse qualcosa, come se io nascondessi chissà quale segreto. Nel corso degli anni, ripensando a questa scena, abbiamo riso come pazze. A dir loro, io avevo la faccia di una che stava per andare al patibolo.
Con Reby fu facile fare amicizia, lei era un tornado, solare, amichevole, un giullare a corte.
Con Gemma ci volle un po’ di più, ma quello che ci legava e ci lega ancora oggi è molto più forte di un qualsiasi legame di sangue.
 Quando si dice il “sangue non è acqua”… beh, io penso che sia una vera cazzata.
Non è il sangue ad unirti alle persone, ma la vita e le esperienze che si condividono a rendere le persone legate. Lo stesso è per i genitori. La mamma non è solo quella che ti partorisce tra urla, dolore e sudore, ma è soprattutto quella che ti cresce tra sofferenza, gioia e sudore.
Io, Gemma e Rebecca formavamo, nel nostro piccolo mondo, una famiglia. Ancora una volta, suor Margherita aveva avuto ragione, eravamo diventate come sorelle. Tutto lo facevamo in tre, passavamo giornate intere a chiacchierare. Con le altre ragazze del piano avevamo un bellissimo rapporto, ma il legame che univa me, Gemma e Reby andava ben oltre l’amicizia.
Anche Gemma e Reby, come me, frequentavano il magistrale. Gemma non aveva problemi, in quanto a Rebecca doveva tirare fuori con le forcine la voglia che non aveva di studiare. Fu costretta persino a seguire delle lezioni private con suor Giovanna, ogni pomeriggio. Si erano integrate bene nelle loro classi, a differenza mia che non riuscivo e, in realtà, neanche ci provavo. Non che io non volessi sentirmi parte della mia classe, ma lo trovavo estremamente complicato se non impossibile. Per di più, anche le mie compagne non mi aiutavano molto. Nessun invito a feste di compleanno, continue chiacchieratine sussurrate, risatine sottobanco. Gemma diceva che ero capitata in una classe di perfide oche e che, prima o poi, avremmo dovuto dare loro una lezione. Per di più ci si era messa pure l’insegnante di italiano che, dopo la sparata della presentazione in classe, se ne era uscita anche con un tema dal titolo : “Tu e la tua famiglia”. Ma mi prendeva per il culo? La odiavo.
TEMA: “Tu e la tua famiglia”.
Peggio andò quando ci chiese, come lavoro da fare a casa, di ricostruire l’albero genealogico della nostra famiglia e di farne un cartellone.
Era davvero deficiente o lo faceva di proposito? Non lo sapevo.
Mi chiesi se dovessi cominciare dalla Madonna per poi arrivare a suor Franca e poi a suor Margherita. Quella volta non consegnai in bianco, ma mi aiutò suor Margherita. Corsi da lei appena dopo scuola. Mi disse: “Tu hai una famiglia, pensa alle persone che senti più vicine. Quella è la tua famiglia”. Così costruii l’albero genealogico della mia famiglia. Reby non era in istituto, quindi dovetti fare da sola, senza poter usufruire della sua bravura, lei che nel disegno era un vero fenomeno. Il risultato non fu certo un’opera d’arte, ma anche io avevo il mio albero genealogico e questo mi bastava.
Fortunatamente, non ci furono i soliti commenti della prof. Il mio compito passò inosservato, con mia grande felicità, ma qualcosa successe quando le altre presentarono i loro lavori. Una di loro, Loredana Piscitelli, ci mostrò un vero albero genealogico, di quelli che ti consegnano certificati, autenticati e incorniciati. Indovina un po’? A capo vi era un duca di non so dove e c’era addirittura lo stemma familiare.
La mia risata fu improvvisa, dirompente e creò un’atmosfera infernale, neanche se avessi buttato della benzina su un fuoco già acceso. Iniziarono gli insulti. Tra le voci, fu predominante quella di Rossana Malandro, la capoclasse, la portavoce, la rappresentante, la ballerina che non avrebbe mai potuto fare una pirouette per via della forza di gravità, insomma. Tra i vari insulti, il suo fu quello che mi colpì diretto al cuore, improvvisamente.
Ne fui spiazzata.
“Ridi tu, che hai messo il nome di una suora a capostipite della tua famiglia?! Un albero che più spoglio non l’ho mai visto. Tu, tu che non sei nessuno!” TU CHE NON SEI NESSUNO. Questa frase mi lacerò lo stomaco, mi rese sorda, mi irrigidì le gambe, gonfiò le vene del mio collo, aumentò il battito del mio cuore, azzerò la mia saliva, mi offuscò la vista.
“Tu non sei nessuno”.
Le piombai addosso con la velocità di un felino e le graffiai il viso con una penna bic che avevo in mano. La ferii con un graffio che partiva dallo zigomo destro e scendeva giù per il mento. Credo di essermi ritrovata anche una ciocca dei suoi capelli tra le mani.
La madre superiora fu subito chiamata, venne a scuola, accompagnata da suor Margherita. Lei non mi degnò di uno sguardo, come se non esistessi. Non avevo mai visto quell’espressione sul suo volto. Mi lasciarono seduta nel corridoio della presidenza. Entrarono per parlare con il preside e vi restarono non so quanto tempo, a me sembrò un’eternità. Io, seduta su una piccola sedia, aspettavo di conoscere il mio destino. Cosa mi avrebbero fatto? Sospesa, bocciata. Per non parlare della punizione che suor Franca mi avrebbe inferto! Mi ero messa proprio in un bel casino.
Suor Franca mi chiamò nel suo studio, aveva l’espressione più seria che io le avessi mai visto, i muscoli del viso rigidi, le braccia chiuse sul petto in un incrocio, gli occhi non trapelavano alcun tipo di emozione. Quando iniziò a parlare, fu anche peggio. La sua voce mi parve austera, autoritaria e solenne. Mi sentivo come un uccellino sotto gli artigli di un avvoltoio, nessuna via di fuga. Mi disse: “Domani andremo a casa dell’ing. Malandro. Porgerai le tue scuse a sua figlia e alla famiglia. Faresti bene anche a versare una lacrima, ma dubito tu ne sia capace, vista l’espressione che hai in questo momento. Dopo il gesto ignobile di cui ti sei resa protagonista, dovresti almeno toglierti quell’aria compiaciuta dalla faccia, quell’aria di sfida”.
Io non me ne ero neppure resa conto di avere quell’espressione compiaciuta di cui parlava suor Franca. So solo che mi sentivo in gabbia, all’angolo, ormai catturata, senza vie di fuga e provavo odio. Io, in quel momento, a Rossana Malandro neppure pensavo.
Provavo solo un odio profondo verso tutto e tutti e poi nessuno che mi avesse chiesto
–Perché? Perché lo hai fatto?–

…Poi arrivò l’estate, un’estate che mi terrorizzava. Gemma sarebbe andata via e anche Marco sarebbe partito. Perdevo la mia famiglia, mi restava solo, come sempre, suor Margherita. Potevo girarla come volevo, restavamo alla fine sempre io e lei. E le mie amiche, i miei amici, Marco, solo parentesi della mia vita, piacevoli parentesi. Loro avrebbero spiccato il volo, io sarei rimasta lì. Ne ero certa e la certezza me la dava il fatto che loro erano così sicuri e determinati, sapevano cosa volevano dalla loro vita, sapevano come ottenerlo. Erano fiduciosi e impazienti di iniziare a vivere e a costruire il loro futuro.
Io invece, avevo una sola certezza: l’istituto. Io, a differenza loro, non avevo avuto altra vita, ero nata lì. Ricominciai a torturarmi con i pensieri di una volta. Di nuovo le parole di Rossana Malandro, che avevano fatto da detonatore di una violenza improvvisa, qualche anno prima, e che credevo ormai innocue e passate, diventavano per me taglienti più di allora e quanto mai vere.

…Non rimpiango il mio passato e ringrazio tutte le persone che hanno fatto di me quella che sono. Se qualcuno oggi mi dicesse “Tu non sei nessuno” risponderei serenamente che si sbaglia. “Io sono qualcuno”. E lo sono sempre stata, perché ho creduto in me e perché ho concesso alla mia vita una possibilità. Oggi lo continuo a fare.
Se non lo facessi, se non credessi in me e nelle persone che mi sono accanto, allora rischierei di sentirmi dire ancora “Tu non sei nessuno” e rischierei di sentirmi da queste parole nuovamente ferita. E io questo non lo permetterò mai più.


Dal libro di Angela Esposito – Tu non sei nessuno-

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