Anna vive un’intensa storia che inizia nei suoi primi anni e si dipana fino alla “maturità”, che riesce ad acquisire mettendo in gioco tutta se stessa, lottando drammaticamente e con grande coraggio, rischiando continuamente la propria vita.
Il rapporto malato e patologico del padre con lei, la condiziona brutalmente nel fisico e nell’animo, ma proprio la lotta che Anna fa le permette di trovare se stessa e il senso della propria vita.
E’ una lotta spesso crudele per una persona sensibile e delicata come Anna. Una lotta estrema in cui chiunque di noi si troverà vicino a lei, con lei, e vivrà le sue emozioni, sentirà i suoi pensieri e si arricchirà nel profondo seguendola nel suo cammino. Un cammino faticoso, doloroso, ma sicuramente luminoso.
Fortunatamente pochi di noi (credo) hanno vissuto queste esperienze, ma tutti noi dovremmo essere in grado (e di volerlo fare) di affrontare “i mostri” che si acquattano nelle parti oscure delle nostre menti.

… «Tuo padre è ricoverato a Casa Valtura. E’ la casa di cura più costosa di Palonia, anche se resta in periferia, verso Tadini. Gli è venuto un ictus, poveraccio. Riesce a malapena a parlare e a muoversi, ma ha fatto capire molto bene che vuole te al suo fianco. Quando ci vado io, si fa venire una crisi e mi costringe a uscire dalla stanza».
Chissà perché? sogghignò tra sé Anna dall’altra parte.
«I dottori hanno detto che vuole la figlia al fianco e che solo tu dovrai accudirlo. Sta facendo impazzire tutti là dentro, medici e infermieri. Non vuole che lo tocchi nessuno. Domanda solo di te».    
Fu a quel punto che la tazzina che Anna aveva in mano scivolò per terra. Inebetita restò a guardare i frantumi sparsi ovunque. Le parole che arrivavano da oltre la parete le procuravano movimenti bruschi; sembrava che nessun oggetto volesse essere toccato da lei. Perfino la moka sul fornello prese a barcollare non appena l’ebbe sfiorata. Anna la afferrò in fretta, prima che si ribaltasse, risparmiando il caffè sufficiente per la sua ospite. «Meglio così, sono troppo nervosa per prenderlo anch’io», mormorò tra sé, agguantando la scopa per radunare i pezzi disseminati in terra.  
La signora Silenti non diede segni di stupore. Il trambusto di là in cucina pareva che non la riguardasse. Con estrema indifferenza attese che la figlia si presentasse con il vassoio in mano.  
E Anna arrivò, lo appoggiò sul tavolo, e restò in piedi. Solo a un cenno della madre si sedette.  
«Ci andrai di pomeriggio tutti i giorni», le si rivolse questa con fermezza «La macchina ce l’hai e non hai problemi per arrivarci. Prendi l’indicazione per Tadini. L’insegna della clinica sarà ben visibile alla tua destra, non potrai sbagliare. Dalle tre alle cinque. Sono soltanto due orette. Niente di impossibile. Comincerai domani».
Anna la guardò, basita.

Perché non si ribellò?
Perché non la cacciò di casa?
Perché non disse che l’uomo che in quel momento implorava il suo aiuto aveva rovinato per sempre la sua vita?  
Perché non gridò di essere stata messa incinta da quel suo padre e di lei marito, e di essere stata quella la ragione che l’aveva indotta a scappare di casa e poi abortire? Perché non spiegò di avere deciso in quel momento di liberarsi per sempre da chi l’aveva fatta sentire peggio di un animale. Eeeh? Perché? Perché Anna non lo fece? Perché non rivelò a quella donna, sua madre, di non essere stata in grado, da allora, di avere rapporti con un altro essere maschile?  E di non avere saputo mai, fino in fondo, cosa volesse dire amare? Che né suo padre e tantomeno lei le avevano mai insegnato il significato di quella parola?
E perché omise di dire persino che probabilmente, proprio a causa di tutto questo, le si era sviluppato un cancro nel cervello?… Perché?

… “Ombre sfuggenti comparivano e svanivano oltre la porta. Il camminare isterico della madre. Quel suo andare avanti e indietro senza mai fermarsi… E suo padre? … Eccolo. La testa reclinata in basso. Il suo mutismo. La sua maestosità perduta.
Lei, nell’altra stanza, a spiare con terrore quel che riusciva a intravedere. A sollevare il capo di tanto in tanto e a riabbassarlo di colpo, alle grida della donna.
«Ah, quella troietta, ti ha incastrato un’altra volta!», inveiva la signora Silenti.
Anna, accasciata a terra a tapparsi gli occhi e anche le orecchie. Il viso nascosto nelle braccia. La vergogna. La colpa ingrandita all’infinito…
Lei sporca.
Lei indegna.
Lei un insetto spiaccicato al muro.
Le luci in casa erano accese e illuminavano la scena. Davano forma alla caduta, alla perversione, allo scandalo che bisognava nascondere ad ogni costo. La famiglia andava protetta, urlava la madre. Non esistevano ragioni. Le sue grida erano furenti. Meschinità e gelosia aggrovigliate insieme.
Il dottor Silenti… seppellito nel suo silenzio.
Anna era di là. A stringere i denti. I pugni. A conficcare le testa nel buio più assoluto. A gridare in cuore di poter non essere mai nata. A soffocare il pianto. A sentirlo sfuggire al suo controllo. A udirlo oltrepassare le pareti e rimbombare dentro casa. Là, dove nessuno si precipitava a consolarla.
Dio, se avesse potuto smorzare la voce di sua madre e il ronzio che avvolgeva il mutismo di suo padre! Se avesse potuto strapparsi di dosso la sporcizia e ribellarsi! Spegnere quelle luci, e tutto quel che ruotava intorno!"
 
 
.... «È così!», dichiara, senza più scosse né sobbalzi. Ed è come se nell’animo, “nel suo animo”, ogni cosa, da questo istante, avesse l’ardire di essere modificata.
Anna alza la testa e rammenta la frase di un vecchio film di indiani: “Capo Giuseppe è stanco della guerra”. Ricorda come Capo Giuseppe, stanco della guerra, aveva deposto le armi davanti agli americani e si era arreso.
Non sempre una resa è una sconfitta, dice a se stessa. Viene il momento in cui uno si stanca di lottare, e anch’io, come Capo Giuseppe, sono stanca di questa guerra. È una guerra che dura da troppo tempo, ed è ora di finirla. Se voglio andare avanti devo cambiare. Devo smetterla di piangermi addosso e deporre anch’io le mie armi.
Con un respiro liberatorio Anna accosta le mani a mo’ di coppa davanti al viso. Le sta a guardare e… Dio mio, di quante cose deve colmarle!
Con decisione vi versa ogni frammento di passato. Ogni rottame. Ogni ferita. la rabbia accumulata. Le notti insonni. Gli incubi. Le paure. L’intimità travagliata con Lorenzo… Con estrema calma sgombra il suo animo e lo svuota.
Poi si gira a destra, e con la sacralità di un atto eccelso, trasporta quello strano contenuto e lo deposita, ormai zavorra, sul sedile accanto… E mette fine al suo conflitto."

Dal libro di Dorina Cavallaro– Come capo Giuseppe, sono stanca della guerra-

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