“Ti sei lavato le mani, sporche di crimine, con il mio corpo… tramutato in saponetta”
…. Avevo solo 10 anni.

Questo libro,“il mio libro”, è un atto d'amore verso Elena, quella bambina di dieci anni che è stata vittima di un destino crudele e beffardo. Sono passati tanti anni dal trauma che le ha sconvolto la vita, ora quella bimba è cresciuta e convive bene con la donna di cinquantacinque anni che vuole raccontarsi ed emozionare i suoi lettori.    

Elena nacque da gente semplice a Torre Annunziata, un paese di provincia della Campania. La levatrice che l'aiutò a nascere si chiamava Stella e fu anche la sua madrina di Battesimo. Nacque  “miez' a' Nunziata”, nel popoloso centro cittadino, antico quartiere torrese. La piccola aveva anche due fratelli nati prima di lei. Sua madre aveva bisogno di aiuto, era malata e doveva comunque lavorare per sostenere la famiglia. Così a sei mesi la bambina fu portata in Abruzzo, per essere cresciuta  dai nonni paterni.  

I genitori della piccola Elena non si vedevano quasi mai, venivano di rado, si fermavano qualche giorno e poi ripartivano. In rare occasioni veniva solo il padre e la portava con sé dalla sua mamma e dai nonni materni. I primi giorni la piccola si sentiva spaesata e a disagio, quasi estranea e sopratutto le mancava il suo mondo, quello abruzzese.
…Elena aveva sei anni quando fece l'ennesimo ed ultimo viaggio con suo padre, dall'Abruzzo alla Campania. Gli aveva quasi spezzato il cuore quando inizialmente si era rifiutata di partire, poi, però, stremata dalla continua tensione, aveva ceduto: doveva a tutti i costi recarsi a Napoli. La bambina aveva paura di affrontare una nuova vita, ma suo padre la rassicurò dicendole che sarebbe stato divertente, che avrebbe visto posti nuovi ed incontrato persone interessanti.
Suo padre le indicò la porta della sua nuova casa, quella dei nonni materni, le diede delle indicazioni riguardo alle persone che avrebbe trovato all'interno e le disse che i nonni la stavano aspettando. In effetti era così e la bambina, con le nocche della sua piccola mano chiusa a pugno, bussò con esitazione. Venne ad aprirla una signora di circa sessant’anni, vestita di nero e molto diversa da quel poco che poteva ricordare. Il suo viso, per quanto bello, era privo di espressione, gli occhi erano velati da un alone di tristezza, quasi di ghiaccio. La guardò ma non riuscì a presentarsi, in quanto quella signora sapeva già tutto di lei e della sua visita. La donna mormorò qualcosa, le disse:
“Io sono la nonna Camilla.”
Elena era disorientata e spaventata, con un filo di voce chiamò suo padre, nello stesso istante una voce maschile tuonò all'interno della casa chiedendo:
“Chi è”?
La piccola rimase immobile come una statua, riuscì a malapena a fare un passo indietro e con la coda dell'occhio cercò suo padre che se ne stava giù in fondo alle scale, mentre la bambina si chiedeva perché non salisse.
Lo vide che la guardava in silenzio, di nascosto, in attesa di una risposta. La nonna, in un dialetto campano che a stento la bambina capiva, disse:
“Ciao Elena, come stai? So che sei venuta con tuo padre, dov’è?”
“È rimasto giù.” Rispose semplicemente.
Suo padre fu chiamato più volte dalla nonna, ma non rispose. Il disagio di Elena aumentava, era quasi in lacrime quando fu presa per mano da sua nonna che la fece entrare in casa e le disse:
“Non avere paura, tuo padre tornerà presto.”
In quell'istante l'abbracciò e la baciò, accarezzandole la testa e sorridendole tristemente, con gli occhi velati di lacrime. La piccola non si rendeva conto di niente, non capiva il motivo della sua visita in quella casa, sapeva solo che suo padre non dava segni di vita e d'un tratto la tristezza che la circondava prese posto nel suo cuore. Quella signora che diceva di essere sua nonna le metteva soggezione e paura, Elena capì che suo padre se n’era andato un'altra volta, lasciandola in lacrime, ed ebbe la certezza che quel giorno fosse uscito per sempre dalla sua vita, senza neanche salutarla, magari con la promessa che prima o poi si sarebbero  rivisti.
La bambina entrò nella cucina della sua nuova casa e vide un uomo anziano, seduto all'altro lato del tavolo che stava cenando; il suo viso non le era nuovo, lo aveva già visto durante una delle rare visite alla famiglia, che aveva fatto con suo padre quando la portava in Campania. Le sembrava di vivere un incubo, guardava quelle persone con la diffidenza che hanno quasi tutti  i bambini. La nonna, rivolgendosi all'uomo seduto a tavola, affermò:
“È arrivata, nostra nipote è qui con noi.”
La nonna  proseguì rivolgendosi a lei:
“La tua mamma ha espresso un ultimo desiderio prima di...”
Lasciò la frase in sospeso, un po' per la tensione che si era creata nel rivelare una triste verità e anche perché si rendeva conto che la bambina era già spaventata e traumatizzata per l’ambiente nuovo che la circondava.

…Con l'arrivo del nuovo anno Elena e sua sorella furono messe in collegio. In verità la bambina pensava che nulla potesse apparirle insopportabile, perché il suo cuore ormai era morto e anche lei stessa.

Nelle prime settimane di collegio Elena aveva dato molti problemi alle suore, era distrutta dai sensi di colpa e così si autopuniva in modo implacabile e disumano: continuava a rifiutare il cibo. Le sue notti erano popolate di fantasmi e riusciva a dormire poco e male; i suoi pomeriggi, invece, passavano lenti e sempre uguali. Elena se ne stava seduta accanto alla finestra e sperava che la sua vita cambiasse; non rivolgeva la parola a nessuno. Era umano che provasse rancore nei confronti di qualcuno, si sentiva come l'abitante di un altro mondo: estranea e sperduta.

…Elena e sua sorella Cristina trascorsero quattro anni in collegio e due mesi dopo la Prima Comunione tornarono a casa dai nonni materni. Ancora una volta Elena si ritrovò ad affrontare un nuovo trauma: dovette lasciarsi alle spalle le amicizie e la vita regolare condotta fino a quel momento, per dedicarsi alla famiglia e alle faccende domestiche.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Sua nonna Camilla era una donna che non dava tregua, sbraitava tutto il santo giorno e pretendeva che Elena imparasse ad occuparsi della casa e dei suoi fratelli, che si rivolgevano a lei con arroganza e prepotenza, umiliandola con parole offensive.
La bambina accudiva anche suo nonno Gerardo quando non stava bene, lui infatti aveva problemi al cuore e soffriva di pressione alta, per questo si ammalava facilmente di bronchite e broncopolmonite. Elena sacrificava se stessa rinunciando anche alle ore di sonno; era l'unica ad alzarsi nel cuore della  notte, quando sentiva i lamenti del nonno, e gli dava le medicine prescritte dal medico di famiglia.

La piccola Elena non riusciva ad abituarsi alla nuova vita a casa dei nonni. A peggiorare la situazione si aggiunse il comportamento di suo zio Tommaso…

Un pomeriggio suo zio Tommaso la portò a casa della sua fidanzata per festeggiarne l’onomastico, si chiamava Orsola. Finita la cena, dopo le 22:00, tornarono a casa. Elena era molto stanca e voleva andare subito a letto; suo zio, che aveva bevuto parecchio, chiamò la bambina e con uno strattone la spinse nella sua camera da letto. In un angolo c'era un quadro della Madonna della Neve e la foto di Arona, la madre defunta di Elena. Era stato in quella stanza che la povera donna aveva spirato, esalando l'ultimo respiro.
Sua nonna aveva capito qualcosa e chiese a suo figlio:
“Che cosa stai facendo?”
“Affari che non ti riguardano.” Rispose lui.
Elena era impietrita, Tommaso girò la chiave nella serratura e rimasero soli. Lui cominciò a baciarla follemente su tutta la faccia, sugli occhi, sulla bocca e sui capelli. La bambina, sbalordita da quella scarica di baci, cercava di evitarli scostando la testa e allontanando con le piccole mani le labbra avide di suo zio. La sua bocca emanava un cattivo odore di alcol, Tommaso era un gran bevitore di vino, liquori  e  birra. Elena non capiva il motivo di quel rapporto, una cosa che lui definiva gioco. In collegio non si faceva quel tipo di gioco, le suore le avevano insegnato ad essere timorosa e a vergognarsi del proprio corpo.

…Le mani di Tommaso sembravano i tentacoli di una piovra, si estendevano su tutto il suo piccolo corpo. Sentiva il mondo crollarle addosso, sentiva che non sarebbe finita lì, continuava a guardare sempre la foto della sua mamma… All’improvviso fu distratta da qualcosa di duro e strano che s’infilava in mezzo alle sue gambe, si chiedeva che cosa fosse e per la prima volta, a dieci anni, Elena vide e conobbe il sesso maschile, non di un uomo qualsiasi, ma di suo zio, il fratello di sua mamma. Lui le fece anche una descrizione, le disse:
“Questo ce l'hanno tutti i maschi, mentre voi femmine siete diverse.”
Finché non arrivò a sputare un liquido chiaro nel fazzoletto. Il piccolo corpo della bambina sussultava al ritmo sincopato dei singhiozzi, nello sforzo immane di calmarsi.
“Stai attenta a come ti comporti d'ora in poi”, le disse lo zio, “e tieni la bocca chiusa.”
Le fece un'ultima raccomandazione, con tono minaccioso, su che cosa avrebbe dovuto rispondere nel caso in cui la nonna le avesse fatto delle domande. La piccola uscì da quella stanza che tremava. Come lo zio aveva  previsto, la nonna  chiese spiegazioni alla bambina invece che a suo figlio. Elena rispose:
“Zio Tommaso voleva scrivere una lettera e ha chiesto il mio aiuto, poi ci ha ripensato perché non sapeva neppure lui che cosa scrivere.”
Suo zio era analfabeta ma molto astuto, era dotato di un’intelligenza che solo i pazzi hanno.
“Che motivo c'era di chiudersi dentro?”Domandò la nonna alla bambina.
“È stata una sua decisione.” Rispose Elena.  
Tra l'altro la nonna non avrebbe mai pensato male di suo figlio, la sua era semplice curiosità femminile, voleva solo sapere a chi era indirizzata la lettera che Tommaso voleva scrivere.
Sua madre aveva fiducia in lui e la bambina sapeva in quanti gli volevano bene e lo stimavano; mentre adesso, per colpa sua, la piccola era diventata grande di colpo, molto grande.
Elena se ne stava in piedi in un angolo scuro della sua stanza, con le spalle contratte e le braccia attorno al petto. Capì che da quel giorno sarebbe cominciato un periodo difficilissimo e non aveva nessuno a cui chiedere aiuto e sostegno.

A quella sera ne seguirono tante altre. La bambina se ne stava in silenzio senza protestare finché sentiva crescere la rabbia di quell'uomo, come la forza di un fiume in piena che stesse per travolgere il piccolo paese circostante. Le prime volte, dopo la violenza, Elena si stringeva al petto e scivolava in un pianto esausto; ma col tempo cominciò a sentire qualcosa rivoltarsi dentro di sé. Nacque in lei una sorta di ostilità per la debolezza di quel ragazzo di ventitre anni che era suo zio ed avvertì la presenza di un oscuro combattimento nella sua anima. Spettava a lui difenderla, a lui che era un uomo; ciò nonostante non poteva impedirle di provare freddezza nei suoi confronti.
Nel corso degli anni Elena aveva scoperto che mettere per iscritto i suoi pensieri le dava conforto, così scriveva su un quadernetto, lo aveva intitolato “Memorie”, non sapendo bene che nome dare a quel suo strano elenco di pensieri. Quei fogli costituivano una raccolta intera, tutta la storia della bambina e della donna. Cominciò la sera in cui fu violentata per la prima volta, la sua mano tremava ancora mentre riempiva la pagina di segni e parole incerte. Elena scriveva per denunciare i suoi segreti, ma anche per nasconderli: non osò mai confidare le sue sofferenze a nessuno. Temeva forse di sentirsi rimproverata anche da altri, oltre che da sua nonna, che la sgridava e la picchiava, e dai suoi fratelli, che la insultavano. Finiva talvolta col credere di averle prese perché se l’era cercate e si sentiva ancora più colpevole e sciocca. Molte pagine del quaderno si riempirono durante quegli anni, memorie tramutate in poesie. Ogni parte del corpo di Elena aveva finito col dolersi in quelle paginette e nelle sue lettere; ma, malgrado tutto, continuava a crescere con i suoi segreti…

Nelle sue poesie Elena aveva cominciato a sognare... scriveva di un futuro diverso e libero dal gioco opprimente della violenza. A diciassette anni immaginava spazi immensi, lontani... finalmente distanti da quella casa; avrebbe voluto viaggiare, visitare paesi e conoscere gente nuova. Fin da piccola aveva compreso che nulla le poteva essere regalato nella vita, anzi molte cose le erano state sottratte: affetti, fiducia, stima… Per questo si doveva rimboccare le maniche e doveva andare avanti verso gli obiettivi che si era prefissata…

 

Dal libro di Elisabetta Bergamasco – Nel baratro della violenza –

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie vai alla sezione.