Il mio primo ricordo è una grande quercia e, tra i suoi rami, una croce alta che pare toccare il cielo poi, in sottofondo, il suono di mille campane. Non so bene se questo ricordo sia reale o sia, in realtà, solo la proiezione di un racconto ripetutomi mille volte.
Suor Margherita, una volta, mi disse che i bambini mantengono i loro ricordi più infantili solo finché mantengono la loro innocenza. Credo, a questo punto, che non fosse un ricordo.
Da bambina, dopo che mi veniva raccontato come ero arrivata in quella casa, come mi avevano trovato, ricordo che chiudevo bene gli occhi, li strizzavo sperando di ricordare qualcosa. Mi ripetevo nella mente: “Ricorda, ricorda, ricorda!” e ricostruivo la quercia, la copertina di flanella, la culletta, la croce del santuario, le campane poi nulla più.
In realtà, quest’esercizio lo facevo perché speravo di tornare ancora più indietro con la memoria, nella speranza di poter scorgere un volto, una mano, un odore. Nulla, tutto si fermava alla quercia, alla croce, nulla più. Mi dicevo che, con un po’ di esercizio, ci sarei riuscita ma quando mi resi conto che le immagini restavano sempre ferme lì, decisi che per un po’ dovevo smettere. Ci riprovai, ma nulla. Poi, suor Margherita mi disse quella cosa dell’innocenza e dei ricordi e ci rinunciai definitivamente. Avevo 14 anni e ancora ci provavo, mi dissi: se bisogna mantenere la propria innocenza per ricordare, allora il mio è un esercizio inutile, non ricorderò mai.
Non posso dire che la mia infanzia sia stata infelice. Certo però non è stata neppure tranquilla e per nulla simile a quella di una qualsiasi bambina. Non ho avuto un fratello o una sorella o forse li ho avuti entrambi. Suor Margherita mi diceva spesso che la nostra era come una famiglia e che noi bambini che vivevamo lì dovevamo considerarci fratelli e sorelle, ma era impossibile considerarci tali. Per me era impensabile anche affezionarmi a qualcuno di loro. Non c’era neppure il tempo per farlo che i nomi cambiavano, le età anche e i caratteri. Più lei si ostinava a ripetermi che eravamo una famiglia, più io mi opponevo a questo pensiero. I fratelli si somigliano, tra di noi non ci somigliavamo affatto.
La maggior parte di noi diventava presto parte di una qualche famiglia, vera.
Un’altra differenza non da poco era questa: da noi non si chiamava nessuno mamma e papà. Quando uno di noi cadeva e si sbucciava un ginocchio, si sentiva un pianto diverso, era come se fosse quasi“impersonale” e comunque più triste di un pianto qualsiasi.
Lacrime più tristi perché inconsolabili. A volte erano pianti interminabili, come se quella caduta e quel ginocchio sbucciato fossero la scusa buona per poter finalmente buttare fuori tutta la desolazione che può provare un bambino, un bambino senza genitori.
Lacrime strazianti, ma soprattutto straziate dalla consapevole sensazione che non ci sarà consolazione. Perché ad un bambino, la consolazione, la rassicurazione può darle solo il calore di un abbraccio materno.
C’erano tante suore che ci facevano da “educatrici”, pochi gesti d’affetto e pazienza sempre sull’orlo di un precipizio, a parte suor Margherita, ovviamente. Lei era diversa. Ricordo ancora il suo profumo chiudendo gli occhi e lo devo a lei oggi se credo ancora in qualcosa e qualcuno. Quando sono arrivata in istituto lei aveva 35 anni. , forte accento siciliano, carnagione chiara, nasino all’insù e lineamenti delicati, era abbastanza alta e aveva una linea sottile e delicata. Avevo otto anni, quando scoprii, spiandola mentre si preparava nella sua camera, che aveva dei lunghissimi capelli neri, lisci come spaghetti. Io, che avevo sempre pensato che le suore, sotto il velo, portassero capelli cortissimi.
Perché lo pensassi? Credo semplicemente che l’immaginazione infantile non possa avere spiegazioni razionali.
Suor Margherita era molto allegra, ma la sua espressione era sempre ricoperta da un velo di malinconia. Aveva una bellissima voce e sapeva suonare la chitarra. Da adolescente cominciai a chiedermi perché mai si fosse fatta suora. Sta di fatto che la sua presenza lì è stata la mia unica salvezza. Veniva da una famiglia umile della Sicilia e come prima destinazione le fu data Napoli, presso l’istituto del Sacro Cuore di Gesù, il mio istituto.
Suor Margherita aveva cinque fratelli, due maschi e tre femmine che non molto spesso venivano a trovarla e che lei però sentiva, puntualmente, un giorno sì l’altro no al telefono. Durante le feste di Natale e un mese durante l’estate passava da loro qualche giorno.
Quando tornava, mi ritrovava pallida come un lenzuolo, con il volto smagrito e soprattutto ostile come non mai nei suoi confronti. Come se lei non avesse alcun diritto di muoversi senza di me, di lasciarmi lì. Ci volevano un paio di giorni per riconquistarmi e a renderle l’impresa meno ardua erano i mille regalini che mi portava.
Il Natale dei miei 14 anni rimase in Istituto. Anche quell’estate non si mosse di lì e così per il Natale dopo e quello dopo ancora.
Tutti noi bambini, o comunque quelli di noi che non venivano adottati, frequentavamo dall’asilo alle medie in istituto, poi venivamo iscritti dalle suore alle scuole superiori a seconda del nostro rendimento scolastico e delle nostre attitudini.
Così dicevano, ma in realtà, i maschi finivamo quasi tutti a frequentare istituti professionali e le femmine, al massimo, il magistrale, così da poter imparare un lavoro. Se, a quell’età eravamo ancora in Istituto, questo voleva dire per noi che ce la saremmo dovuti cavare da soli per tutta la vita, quindi dovevamo imparare un mestiere, per il nostro bene. Non importava a nessuno se sognavi di diventare un dottore o se avevi una grande attitudine alla scrittura. I talenti non danno da mangiare e poi i soldi necessari per pagarti l’università? Non potevi permettertelo. Ed ecco quindi che l’Istituto diventava un serbatoio di manovali e maestrine per la società. Sarebbero usciti di lì (ed uscirono in effetti)elettricisti, sarte, muratori e maestrine per l’appunto.
“Ringrazierete la nostra lungimiranza, un domani, quando avrete un piatto caldo sulla tavola” diceva suor Franca, la madre superiora. Per me non è stato così e anche questo lo devo a suor Margherita.
L’Istituto era diviso in due aree. L’ala destra era destinata ai bambini, mentre quella sinistra era destinata alle bambine. Avevamo un grande dormitorio. All’ingresso, subito fuori la porta del dormitorio, c’era un piccolo salottino con una scrivania, lì passava la notte la suora di turno.
Furono istituiti i turni di notte per le suore quando una notte, uno dei bambini uscì nel cortile dell’Istituto a piedi nudi e con in dosso solo il pigiama. Fu ritrovato su una delle panchine del cortile il giorno dopo, tutto raggomitolato, infreddolito e caldo di febbre.
Ci fu un gran trambusto quella mattina. Ricordo ancora suor Margherita e le altre fuori la stanza dell’infermeria in attesa dell’esito medico. “Episodio di sonnambulismo”.
Tutte con quei rosari in mano, che mormoravano le loro preghiere alla santa madre affinché proteggesse quell’anima di Dio innocente. Tutte con negli occhi un senso di colpa pungente per non essersene rese conto. Poteva succedere di tutto. Inizialmente, furono intensificate le ronde notturne. Ogni sera passavano due suore con le torce, illuminavano i letti uno per uno, almeno tre volte per notte. La madre superiora però si rese ben presto conto che non era questa la soluzione giusta, decise quindi per i turni. Ogni sera, ci mettevamo a letto con la supervisione delle sorelle e poi si spegnevano le luci e veniva chiusa la porta del dormitorio. Unica luce, quella proiettata sotto la porta dalla lampada della scrivania dove sedeva la suora di turno. Per alcuni di noi, quando si spegnevano le luci, era una tragedia.
Si sa, è paura comune a molti bambini la paura del buio.
Per un certo periodo di tempo, appena spente le luci si intrufolava nel mio letto Caterina. Aveva 5 anni, 6 meno di me ed era terrorizzata dal buio. Per la paura, non si alzava neppure per andare al bagno, e spesso finiva con il fare la pipì a letto. Il giorno dopo, si beccava le ramanzine pubbliche delle suore e la derisione degli altri bambini.
I bambini, per quanto innocenti, possono essere spregevoli.
Io non avevo un ottimo carattere, non ero socievole e per nulla altruista. Ciò che mi spettava me lo prendevo a volte anche con la prepotenza, motivo per cui i bambini mi stavano alla larga.
Caterina fu un caso a parte. Nel pieno di una notte, la sentii singhiozzare. Era due letti dopo il mio. All’inizio, feci finta di nulla e, sbuffando, mi girai e rigirai nel letto per un po’. Poi, non so cosa scattò nella mia mente, ma tirai su le coperte e mi alzai. Sempre con la mia aria impassibile dipinta sul volto, mi diressi al suo letto.
“Caterina, cos’hai? L’hai rifatta nel letto?” le chiesi. Lei annuì singhiozzando e io le dissi di aspettarmi lì, di non muoversi e soprattutto di smetterla con quel piagnisteo. Allora lei si asciugò gli occhi con il dorso delle mani e, sempre tra i singhiozzi, annuì di nuovo. La feci alzare dal letto, sfilai le coperte bagnate, andai al suo armadietto (ognuno di noi, ne aveva uno proprio di fianco al letto) e presi un pigiama asciutto. Dopo che si fu cambiata, le dissi di andare nel mio letto e di aspettarmi lì senza fiatare. Lei annuì di nuovo e fece come le dissi.
Adesso dovevo fare la cosa più difficile: andare in lavanderia, mettere nel cesto le lenzuola bagnate e prenderne di nuove. Questo voleva dire uscire in punta di piedi, attraversare tutto il lunghissimo corridoio e raggiungere la lavanderia. La cosa più difficile, però, era uscire dalla stanza senza farmi vedere da suor Genoveffa, che era di turno quella notte. “Impossibile” pensai. Tutto sommato, però mi era andata bene, Suor Genoveffa era buona e anche un po’ sbadata. Se mi avesse visto, le avrei potuto rifilare una qualche balla ed io, in questo, ero un vero talento. Ecco, le avrei detto che, prendendo l’acqua dal mio comodino, mi era caduta sulle lenzuola e le avevo dovute sfilare. Al massimo cosa mi avrebbe potuto fare? Messa in punizione il giorno dopo? Niente di nuovo per me. La punizione consisteva nel non vedere la televisione serale e nel rinunciare alla siesta pomeridiana o alla gita, se prevista. Feci un profondo respiro ed aprii la porta con gli occhi chiusi.
Quando li riaprii, sorpresa! Suor Genoveffa era seduta sulla poltrona del salottino, con il rosario che le cadeva da una mano e la testa china da un lato. Russava. –Sono salva– pensai. Mi diressi, in punta di piedi, verso la lavanderia. Provai una strana sensazione nel vedere l’Istituto di notte, senza i soliti rumori. Era surreale, ma stranamente piacevole.
Arrivai alla lavanderia, misi nel cesto dei panni sporchi le lenzuola bagnate di Caterina e dall’armadio estrassi delle lenzuola pulite. Rifeci tutto il corridoio. Provavo una gioia immensa, ero orgogliosa di me, ce l’avevo fatta. Arrivata alla porta del dormitorio, trovai la stessa scena che avevo lasciato pochi minuti prima. Suor Genoveffa aveva solo intensificato il rumore del suo russare.
Entrai nella stanza, richiusi lentamente la porta e andai al letto di Caterina. Misi le coperte e andai al mio letto. La piccola dormiva. Pensai che doveva essere passato più tempo di quello che mi era sembrato. Provai a chiamarla, ma non insistetti più di tanto, quindi mi adagiai accanto a lei e mi addormentai. Il giorno dopo, Caterina era già nel suo letto quando suonò la campanella della sveglia. Nessuno si era accorto di nulla e lei non mi disse nulla, mi guardò solo con un sorriso di riconoscenza. Era un patto tacito che si era creato tra di noi. Ogni notte, da allora, appena si spegnevano le luci, lei sia alzava dal suo letto e, con il cuscino sotto il braccio, veniva a dormire accanto a me. Non le dicevo nulla, la lasciavo fare poi, quando si addormentava, la prendevo in braccio e in silenzio la riportavo nel suo letto. Spesso la dovevo accompagnare in bagno nel cuore della notte. Nessuno si è mai accorto di nulla e io, per quanto volessi fare la dura e spesso le dicessi che quella storia doveva finire, ne ero in realtà felice. Mi sentivo importante e il suo calore mi faceva compagnia, ma poi un giorno Caterina andò via e la notte per me diventò di nuovo solitaria, forse più di prima. Ricordo ancora il giorno in cui lei fu portata via.
Lo chiamavamo il “giorno della scelta”. Capitava di domenica, dopo la santa messa. La coppia entrava in Istituto, parlava con la madre superiora, poi veniva in cortile dove venivamo portati per l’occasione tutti noi bambini. Lavati e profumati.
Le femminucce cominciavano a fare le solite moine per dare nell’occhio e i maschietti si impegnavano a giocare a pallone per dimostrare la propria bravura. I più piccoli invece, non capendo il meccanismo, erano molto più naturali e giocavano tra di loro come fosse un giorno normale. Per questo, credo, la scelta cadeva quasi sempre su di loro.
La coppia ci guardava per un po’, si interessava a questo o a quel bambino, interagiva con alcuni di noi e poi si rivolgeva alla suora che si occupava di quelli per loro “interessanti”.
Di solito, quando veniva qualche coppia a vederci, a sceglierci, io ero impegnata a rendermi insopportabile. Mi mettevo in un angolo e, se nel caso li vedevo interessati a me, allora facevo qualcosa di eclatante. Una volta litigavo con un bambino, un’altra tiravo pietre, un’altra ancora sputavo a terra. Sono stata io a scegliere di non essere adottata. Ero carina e molti visitatori si interessavano a me. Molte delle coppie che sono venute in Istituto mi avrebbero portato via volentieri se solo io mi ci fossi impegnata un po’, ma io non volevo.
Quel giorno, arrivò in Istituto una coppia molto giovane. Lei era elegantissima e molto dolce, lui anche. Parlarono un po’ con suor Franca e poi rimasero lì a scrutarci. Ricordo che mi guardarono per un po’ e allora, nonostante non ne avessi molta voglia, fui costretta a fare il mio solito show. Allora spostarono la loro attenzione su quella bambina dolcissima, piccola piccola e con dei grossi simpatici riccioli rossi. Li vidi parlare con suor Margherita e per un attimo ebbi il timore che mio show non fosse bastato e che fossero interessati a me. Mi irrigidii, terrorizzata, ma suor Margherita non si occupava solo di me. Caterina andò via con loro. Fu la prima volta in cui mi sentii derubata di qualcosa che sentivo appartenere a me. ..

Tratto dal libro: “Tu non sei nessuno”
di Angela Esposito

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