Erano le 18.12. Mia madre era uscita. Ero libera finalmente. Lo guardai. Era alto e panciuto. Un grigio cetaceo dormiente. Ma non mi soffermai a lungo sul suo aspetto. Lo aprii piano.
Che emozione può dare all'uomo un frigorifero stracolmo di cibarie?
Io ero felice. Molto felice. Immensamente felice.
Era evidente dal principio, che c’era qualcosa.
Afferrai il prosciutto cotto sul secondo ripiano. Cercai la maionese in mezzo a panetti di burro, spicchi d’aglio, cipolle, formaggio, uova, verdure, pomodori, fagiolini e passate. Poi presi due fette di pane. Spalmai con un’eccitazione febbrile quella crema giallognola sul pane bianco e poi ci adagiai sopra due fette di prosciutto. Richiusi tutto in un fazzoletto e trionfante mi avviai alla mia postazione buia. Mi sedetti davanti al computer. Tirai su le gambe, respirando a fatica. Guardavo le immagini scorrere, con gli occhi rossi e lucidi, come una squilibrata, mentre addentavo con foga quel tramezzino imbottito di tritolo.
Ma pochi istanti dopo lo avevo già finito. Lo avevo letteralmente divorato. E non ero ancora soddisfatta.
Corsi in cucina, a piedi scalzi lungo il corridoio, e ripetei metodicamente le stesse azioni. Preparai con cura un altro mega panino. I panini, per intenderci, erano quelli da settanta grammi l’uno. In ogni busta ce n’erano sette o otto. Questa volta non feci neanche in tempo ad arrivarci nella mia camera. Lo ingurgitai con rabbia, a grossi morsi mentre camminavo e una volta arrivata davanti al computer lo avevo già terminato.
Mi sedetti per prendere fiato.
Inspirai. Espirai. Piano. Un secondo. Due secondi. Tre secondi. Via.
Corsi di nuovo in cucina e aprii il frigorifero. Osservai per bene ogni singolo alimento. 
C’era un pacco di wurstel. Lo aprii e ne presi due. Ciascuno lo feci a metà per renderlo piatto. Poi mangiai accuratamente l'estremità di ognuno. Dovevano avere la lunghezza esatta per entrare perfettamente nel mio tramezzino quadrato. La mia stessa fredda razionalità mi spaventava a morte. Tornai alla mia postazione, ancora. Le immagini scorrevano una dopo l’altra, una sull’altra e il mio stomaco ogni tanto borbottava. Lo sentivo annegare, disperato, sotto la frana dei bocconi che mandavo giù. Non mi importava.
Anche quel tramezzino improvvisamente finì. Ma non ero soddisfatta. Ancora no, ancora no. Mia madre sarebbe stata fuori per un'ora e in quell'ora io dovevo essere libera. Libera di ingozzarmi. Non avevo idea che quella mia sciocca, folle libertà fosse in verità la mia prigione. Dove avrei scontato per lunghissimi anni la mia pena disgraziata. Respirai forte.
Quattro secondi. Cinque secondi. In piedi.
Tornai in cucina. Spalancai quel grigio energumeno con ferocia animale. Con uno sguardo pazzo e alienato. Nel mio tramezzino, adesso, avrei potuto mettere qualche fetta di formaggio. Deglutii sorridendo. Ne tagliai quattro. Le distribuii perfettamente sulla superficie quadrata ma rimaneva un vuoto al centro. Ne tagliai una quinta per riempirlo. Richiusi il tutto e, felice, mi avviai ancora una volta al mio posto, davanti a quell’aggeggio infernale. Mi sedetti. Tirai su le gambe. Di nuovo. Le immagini scorrevano ancora. Metalliche. Fredde. Non mi interessavano. Le vedevo, ma non le guardavo. I miei occhi erano immobili e vuoti.  Avevo sotto i denti l'unica cosa che mi desse gioia. L'unica cosa che si prendeva cura di me quando ero straziata. L'unica che mi faceva compagnia. L'unica che mi dava, anche solo per un istante, un appagamento infinito. 
Era l’unico che mi amava. Il cibo.
Erano le 18.38. Ansimavo come un cane. Lo stomaco stracciato. Avevo trasformato il mio corpo in un enorme sacco della spazzatura, ancora.
Perché?
Io ero, per la gente, invisibile. Trasparente come un vetro lucente. Nessuno si accorgeva di quanto fossi opaca. Nessuno si accorgeva di me, ecco. Respiravo come tutti gli altri, con i polmoni, e il diaframma, e il cuore. Respiravo senza far rumore, evidentemente, visto che nessuno se ne accorgeva. Nessuno pareva sentire il battito del mio cuore. I palpiti, i rintocchi. Ero morta, forse?  No, non ero morta. Ero viva, almeno così credevo. Ero viva ma inesistente. 
Credevo di sapere di chi fosse la colpa. Era il mio aspetto. 
Il mio aspetto mi tagliava fuori, mi escludeva, mi isolava dagli altri. Come una malattia infettiva. Ero un'emarginata. La conclusione a cui ero giunta era che nessuno, per ovvie ragioni,  desiderava guardarmi e perciò nessuno poteva sentirmi. Ero imprigionata in un mondo di cieco-sordi. E non potevo far nulla per cambiare le cose. A nulla serviva gridare per essere ascoltata. Era quello il mio destino. Non potevo far niente. Non facevo un bel niente. Semplicemente tornavo a casa e abbracciavo l'unico essere al mondo che non mi chiedeva nulla. Che non si aspettava nulla. Che non mi guardava negli occhi. Che non dovevo guardare negli occhi. Che non indugiava ripugnato sulla mia orribile figura.
Per punirmi del mio peccato inconsciamente mi infilavo nella vita altrui e mi consumavo dall’ invidia. Mi piegavo nell'invidia. Un'invidia feroce. Immaginavo d’essere come tutti gli altri, rubavo foto che non mi ritraevano, spiavo gente che non mi apparteneva, annusavo abiti che non indossavo.
Così era la mia vita. E sempre mi ripromettevo che presto sarei diventata come una di loro (ma loro chi, poi?). E questa convinzione mi dava esaltazione ed euforia. E l'euforia mi pizzicava alla gola, insinuandosi nella mia saliva. Non avevo fame. Ma come un automa mi dirigevo presso quel grigio stregone. I miei occhi allucinati passavano in rassegna il suo contenuto. E mi ingozzavo vergognosamente. Vergognosamente.
19.27. Ero sprofondata nel divano come una vacca incinta. Come fossero usciti dal nulla udii quei passi così familiari. I tacchi sul selciato strascicati con indolenza e languore. Quello scampanellio di chiavi, così inconfondibile che avrei potuto riconoscere anche se fossi stata segregata in una cella di un manicomio di periferia. Era il segno. La mia ora di libertà era terminata. Mi guardai intorno. Ero stata brava a far sparire ogni traccia di cibo. 
Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?



Tratto dal libro “Il verso della rana”
di Viola Scotto Di Santolo

 

Sappiamo tutto di lei. Tranne il suo nome. Sappiamo la cosa più importante. Che è obesa. E che vive in una misteriosa famiglia che parla un linguaggio a lei sconosciuto. 
È così, in questa sua posizione marginale, che ci racconta l’obesità, mantenendosi sul confine labile tra la tragedia e la comicità. È così che ci racconta la sua storia, una storia che affoga tutta nel pantano dell’indifferenza e dell’incomunicabilità e in cui strisciano inquietanti segreti che dovranno essere svelati. In questo modo lei trascorre la sua malinconica adolescenza, cresce, si trasforma. Fino a che non succede qualcosa che cambia tutto. Un incontro. Con lui. Il primo che riesce a vederla finalmente, sebbene non ne abbia “tecnicamente” la possibilità. È il paradosso. Lui la guarda, la vede. E la salva. E lei se ne innamora, ama, col suo cuore spezzato, tradisce il cibo, si illude. Ma anche in lui c’è un segreto. Ancora più sconvolgente. Nessuno lo conosce. Nessuno. Solo il lettore potrà comprenderlo.

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