Nel periodo più buio della malattia, quello in cui ho dovuto far ricorso a tutte le mie risorse interne, ho cominciato a raccogliere dei pensieri, elaborando i contenuti della lunga psicoterapia. Mi sono trovata spesso a riflettere ascoltando la musica di sempre, quella di Luciano Ligabue.

Non credo che la musica mi abbia salvata, ma è stata un aiuto prezioso, come molto altro ancora. Sui testi delle canzoni di Luciano ho fatto delle considerazioni importanti che mi hanno aiutata a capire meglio.

Come tutto sia iniziato non mi è ancora chiaro e forse non lo sarà mai.
Ad un certo punto ero “dentro” un problema.
“Essere dentro”, interiormente a qualcosa.
Il mio qualcosa si chiama anoressia.
Sono scivolata lentamente dentro la malattia cercando, finché ho potuto, equilibri sempre più imperfetti tali da garantirmi un’esistenza accettabile.
Poi nulla è più andato come doveva.
Il mio “qualcosa” è diventata una diagnosi imponendomi un percorso.
E’ iniziato così il periodo più doloroso della mia vita, quello in cui ho dovuto imparare a camminare sulla mia strada…

…Comincio ad avvertire un certo disagio rispetto al corpo, non mi piace il mio seno abbondante e percepisco troppo rotonde le mie forme, nonostante il peso al di sotto della media.
Inizio a saltare qualche pasto, limitando le porzioni e la scelta degli alimenti.
E’ il novantaquattro, ascolto sempre la tua musica, ancora inconsapevole del valore aggiunto che avrebbe avuto in futuro. Peso 42 kg. Per il mio 1,56 di altezza direi accettabile.
Ballo sul mondo.

…Mi sto impegnando per essere non solo una logopedista ma, una brava logopedista, possibilmente la migliore.
Ambire alla perfezione sembra quasi essere in ogni mio campo d’azione un presupposto dell’incipit a procedere.
 …Sono fuori casa quasi tutto il giorno tra lezioni e tirocinio. Questo mi aiuta a saltare i pasti. Sono sempre più magra e gli altri cominciano a commentare il mio aspetto e la mia alimentazione.
Mi appello allo stato di stress dovuto allo studio.
A gennaio programmiamo una settimana in montagna con una coppia d’amici. E’ la nostra prima vacanza insieme. Non so bene cosa succede, né perché, forse lontana da casa mi sento svincolata da un controllo superiore ma, salto tutti i pasti. Pranzo nei rifugi con una lecca lecca e a cena una fetta di formaggio con un’insalata scondita.
Quando torno peso 36 kg. Mio padre apre la porta di casa e trasecola dicendo “che caxxo avete fatto?”, in un misto tra preoccupazione ed arrabbiatura. Max non sa cosa dire.
Io non commento oltre e rassicuro tutti argomentando uno stato di salute ottimale.
Tutti cercano di convincermi a mangiare di più, Max per primo. Mi sento tutti alle costole e non capisco davvero perché, visto che mi sento benissimo.
Proclamo con ostinazione, come sempre farò, un rapporto assolutamente sano e normale con il cibo e giustifico il dimagrimento con gli sforzi che mi impone il ritmo elevato della didattica.
In realtà ho fame a tutte le ore ma riuscire a dominare quest’istinto primordiale mi rende forte e secondo un’assurda logica, sento di avere il controllo su tutto.
Mi peso più volte al giorno e se aumento digiuno.
Gli unici alimenti che ormai ingerisco sono dolci che mi consentono il ripristino immediato di cali energetici.
. ..Il digiuno completo dal mattino mi aveva già causato qualche giramento di testa, cui ero ormai solita.
Avverto un malore, divento rossa, poi pallida come un morto; tutto gira intorno a me.
Il cuore batte fortissimo, non si ferma.
Mi manca l’aria. Devo alzarmi da tavola e sdraiarmi sul divano.
I miei e Max sono agitati.
Era come se il mio corpo non riuscisse più a trovare il suo equilibrio. Mi riprendo lentamente.
La mia vita riprende, minata dalla scarsissima autostima che ormai nutro.
Il mio senso di onnipotenza è crollato rovinosamente cedendo il posto ad una crescente insicurezza.
Mi sento continuamente inadeguata, fallimentare, sempre fuori posto, mi sembra di essere costantemente ad una  festa per cui non ho l’invito.
Tradita dal mio corpo, che ritenevo inaffondabile, sono incerta tra gli altri.
Ogni tanto ho degli attacchi di panico.

…Mi esercito nel controllo dell’ambiente attraverso il corpo. Se domino il corpo riesco, secondo un meccanismo illogico, a governare gli eventi.

…Lei interviene spesso, spezzando il mio imbarazzo con qualche domanda in merito.
Sento che può avvertire tutta la mia sofferenza. Il suo sguardo è un misto di benevola compassione e tenerezza. Sono lì perché ho un disturbo che lei conosce molto bene. Sa che ha davanti a sé una donna piena di vergogna, che vorrebbe essere altrove, piuttosto che stare seduta davanti ad un’estranea, alla quale sta faticosamente raccontando la parte più intima e inviolabile di sé.
Ha il rispetto totale e la massima stima di me. Non commenta assolutamente quanto finora detto: corrisponde presumibilmente a ciò che sospettava.
Le scriverò il mio peso su un foglietto e rimarrà una cosa tra me e lei.

…La dottoressa guarda Max, con l’aria di chi vuole mettere l’altro “sull’attenti” e sottolinea la mia intelligenza nella conduzione della malattia. Sono diventata praticamente il medico di me stessa, pur di preservare quest’immagine non corrispondente a me, e questo circuito assurdo e crudele.
La mia furbizia, mi ha aiutato a rendere tutto più difficile.
Le mie qualità mi portano all’auto distruzione.    

…Sei lo spettro di te stessa. Non lo sai più chi sei. Ora sei solo un numero, anzi tre numeri: la consacrazione di un sé, in divenire, verso un niente infinito.
Cerchi un equilibrio continuo per mostrare un’apparente normalità ma il corpo è l’espressione di tutto il tuo dolore.
Ti sei condannata all’infelicità. Non sei più in grado di ridere, abbracciare, ballare, divertirti.
Fai banchetti mentali ai quali nessuno è invitato e il tuo senso di solitudine è sempre più forte. Il tuo urlo di dolore è soffocato, nessuno lo sente, nessuno lo ascolta.
Rimasta sola, c’è solo la Bestia che ti rassicura, in una spirale illogica e maniacale.
Sei in un bozzolo, un involucro impermeabile da dove scorgi la vita scorrere.
Questo è il punto di non ritorno, questa è l’anoressia.

Dal libro di Pamela Mele – In felicità#34 -

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